Da quando ho iniziato a scrivere di viaggi mi sono sempre chiesto cosa significhi davvero raccontare quello che vedi, le esperienze che provi, i luoghi che visiti e le sensazioni che senti. Negli ultimi anni i racconti di viaggio hanno riempito blog, social e profili personali, delineando una categoria di narratori che ha trasformato il viaggio in esperienza per tutti, anticipando suggerimenti e informazioni del posto. Molte di queste nuove figure, i travel blogger appunto, ne hanno fatto una professione spinti da sponsor o enti del turismo che fanno a gara per sponsorizzare i loro viaggi, fornendo attrezzature e soldi. Perché si, per viaggiare i soldi servono inutile nasconderlo, e per produrre materiale interessante l’idea di partire con il solo cellulare è a mio avviso alquanto superata. Ma è in questa meta dimensione che la mia riflessione tocca delle criticità che, seguendo il lavoro dei travel blogger più famosi sono venuti fuori spontaneamente.

Il viaggio è sempre rientrato per me in una sfera di intimità emotiva molto forte, sopratutto quando viaggio da solo.

Il viaggio è sempre rientrato per me in una sfera di intimità emotiva molto forte, sopratutto quando viaggio da solo. I luoghi che visito li gusto con lentezza, attraverso le strade, parlo con la gente del posto. La guida è solo un supporto, la curiosità è la vera bussola. Cellulare e una piccola fotocamera gli unici strumenti che mi porto dietro, per documentare e fermare i ricordi, dove la memoria non potrà aiutarmi. La mia narrazione avviene dopo, quando raccolgo tutto e cerco di farne un resoconto completo.

Ma se il tuo viaggio è anche il tuo lavoro, se devi produrre contenuti perfetti, se non è solo l’occhio a spingerti ma anche il contenuto che sai già di produrre allora qualcosa inizia a scricchiolare e vacillare o quantomeno l’essenza di quei luoghi risulta più diluita e meno fluida perché tra te e il viaggio ci sono altri mille occhi che aspettano di scoprire, magari dal vivo, ciò che stai guardando, la musica che stai ascoltando o il cibo che stai mangiando. Diventa più difficile e complesso fermarsi e si avrà sempre, in un modo o nell’altro, un obiettivo che deve coincidere con i tuoi occhi pronto a catturare ogni sfumatura che possa rendere il tuo video racconto più coinvolgente o il tuo post più ingaggiante.

Tra te e il viaggio ci sono altri mille occhi che aspettano di scoprire, magari dal vivo, ciò che stai guardando

Non è una critica ma una riflessione su come la condivisione di esperienze stia modificando, in meglio o in peggio non saprei, l’obiettivo e l’essenza concreta per cui si decide di viaggiare per il mondo. Non è certo a Goethe o a modelli di viaggi romantici che voglio paragonare i viaggiatori che siamo diventato oggi, ma è forse nel detto “in medio stat virtus” che bisogna trovare la risposta. Fermarsi e, se si ha la fortuna di viaggiare per lavoro, scindere il momento di mera produzione da quello esperienziale.

Perché la vera forza di un racconto di viaggio è trasmettere ciò che quel viaggio ti ha lasciato, senza sovrastrutture e pregiudizi. E il regalo più bello che puoi fare al tuo pubblico è raccontare la bellezza che hai vissuto, perché non c’è volano migliore che spinga qualcuno a far le valigie e partire se ha letto in ciò che hai scritto la gioia di averlo fatto.