Quando ho deciso di partire per L’Iran, ormai due anni fa, è stata una decisione quasi per sfidare me stesso. Un paese lontano dall’Italia non tanto geograficamente ma soprattutto culturalmente. Uno dei pochi luoghi al mondo che sembrano ancora oggi isolati dall’inquinamento di brand e costumi occidentali.

Mi sono deciso a partire contro tutto e tutti, superando oggettive difficoltà organizzative (nessuna possibilità di pagamenti con carta, difficoltà nelle comunicazioni internet e telefoniche o nel prenotare alberghi e voli) ed emotive (genitori preoccupati, amici che ti reputano un pazzo ad andare “in quelle zone li”).

Ma ho deciso ed ho preso il volo. Letteralmente.

Una sartoria in un quartiere di Teheran. Iran.

Parlarne dopo due anni è quasi commovente perché in quel primo viaggio non ho solamente visto dei luoghi straordinari, incontrato gente meravigliosa e piena di vita, mangiato cibi pazzeschi che esplodevano sul palato. No.

Ho scoperto, o forse sarebbe meglio dire ritrovato, quella parte di mondo da cui una mia parte di cuore arriva o è sempre rimasta.

Appena entrato in contatto con quei luoghi qualcosa dentro di me mi diceva che ero tornato a casa, non essendoci mai stato. L’odore delle spezie, i suoni leggeri e a tratti malinconici dei mille tar che suonavano per strada hanno indissolubilmente unito il mio cuore da siciliano occidentale al Medio Oriente, ad un bacino culturale che ho amato senza remore dal primo momento.

Ed è difficile innamorarsi di questa parte di mondo, che tocca il nostro stesso mare, in anni come questi, così complicati e intricati in cui è troppo facile scambiare una cultura millenaria per semplice fanatismo. Mi sono documentato e ho continuato a viaggiare.

Ho scoperto una terra di incontro come la Turchia, dove è labile il confine tra ciò che è nostro e ciò che invece resta chiuso tra i muri di una delle mille meravigliose moschee. Tra i villaggi berberi ho scoperto una cultura molto simile a quella siciliana, a tratti identica, dettata dall’accoglienza per chi arriva, da ovunque arrivi.

L’interno di una moschea ad Istanbul.

In Marocco ho sentito l’odore delle spezie come mai successo e i colori dei tessuti che sono tutt’altro che elementi di costrizione. Le concerie, il contatto umano con la natura africana, il suono dei muezzin, forse la preghiera più autentica che abbia mai ascoltato. E il mio prossimo viaggio in Tunisia spero mi lasci le stesse sensazioni e lo stesso stupore che ho ritrovato fino ad oggi in altri paesi.

Da occidentale proteggere e tutelare questa cultura oltre che amarla è quasi come fare coming out al rovescio. D’altronde loro sono i mori, quelli cattivi, quelli di cui avere paura.

Niente di più sbagliato. 

Amare questi luoghi è per me imprescindibile e serve soprattutto a loro, per proteggerli da quel cancro di odio e paura che prima di uccidere noi, distrugge loro. Ed è per lo stesso motivo che li racconto.

Alcuni miei amici sono partiti lo scorso anno per l’Iran, il viaggio che più mi ha commosso e affascinato, spinti dalle mie foto e da altre parole come queste: è per me la soddisfazione più grande.

Non tralasciate questa parte di mondo, perché in fondo ne siamo sempre stati parte. Amarla è qualcosa che deve nascervi spontaneamente. Ma scoprirla potrebbe essere una sfida, verso di voi e verso i pregiudizi.

Strada all’interno della medina di Marrakech.