Il famoso e nostalgico tram di Istanbul

Il mio viaggio in Turchia è stato una sorpresa, uno strano coinvolgimento mi ha attraversato ogni giorno, in tutte le tappe che sono state diversissime e intense ogni volta. Il profumo del pane fresco, i suoni costanti dei muezzin che avevo già sentito in Iran e in Marocco ma che qui si mischiano a rumori più convenzionali e familiari: i tram in arrivo, la frenesia della folla e di turisti ad Istanbul o dei tour organizzati di Goreme ed Efeso. Una strana sincronia di storia antica e vita moderna, di sillogismi e differenze profondissime che fanno di questo paese una meta affascinante, lambita da un leggero velo di armonico mistero religioso che unisce Islam e Cristianesimo in incontri che dalla nostra parte di mondo penseremmo impossibili ma che qui si materializzano e diventano veri, tra un segno della croce ed un inchino ad Allah.

Credo sia inutile anche in questo caso dirvi cosa mangiare, vedere o dove dormire. E quindici giorni sono molti per farne una guida neanche così originale. Voglio raccontarvi invece ciò che io ho sentito e provato, fuori da ogni luogo comune o monumento specifico. Ed inizio da Istanbul, la prima tappa del viaggio, quella che più delle altre mi ha aperto le porte di questo magnifico paese e che spero possa affascinarvi e spingervi a visitarlo, se non l’avete ancora fatto.

Istanbul, la megalopoli tra i due continenti

Istanbul è straniante ed enorme, oltre ogni immaginazione. Istanbul si appoggia in Asia e in Europa, divisa dal canale del Bosforo che ne racconta le anime profondamente diverse delle due sponde. Ho alloggiato nella parte europea, nel famoso quartiere di Sultanahmet che è poi anche il centro turistico della città, tirato a lucido e a prova di turisti con le sue attrattive principali ma non uniche, come Aya Sofia, La moschea Blu e la Cisterna Basilica. Ma attorniata anche da quel monotono via vai di souvenir, baracchini e ristoranti dove ogni scelta è indirizzata ad essere la più semplice, un “stà senza pensieri” alla turca insomma.

Uno dei battelli che transitano sul Bosforo e collegano la sponda asiatica a quella europea

Nonostante il sovraffollamento turistico basta un tram per spostarsi poco più in là, verso il Bosforo e i suoi traghetti che ti portano da una sponda all’altra per vivere l’anima vera di questa città che pulsa e vive come una New York al profumo di spezie. Arrivati ad  Eminönü per esempio, quando l’odore acre dell’acqua diventa più intenso, inizia la città vera, meno tirata a lucido ma più autentica. Sotto al ponte, che collega Sultanahmet al quartiere di Galata, controllato quasi a memoria storica dalla famosa torre genovese, è un susseguirsi di baretti, ristoranti di pesce e gente che da ogni angolo appare e scompare sopra traghetti che arrivano sbuffando vapore. Un casino magico, la prima cosa che mi è venuta in mente appena arrivato. Se ti sposti poco più in là decine di pescatori sul ponte aspettano che l’amo agganci la preda. E questo fino a tarda notte, quando sono le luci fioche e giallognole ad accompagnare questo ballo incessante.

Il Ponte di Galata

Allah e il gin insieme, nella nostra mente creano un cortocircuito troppo grande.

L’anima di una città che passa soprattutto attraverso chi la vive e la vive intensamente come a Galata, costellata da piccole gallerie d’arte dal gusto europeo e locali che definire hipster sarebbe quasi dispregiativo. Qui c’è una parte della Istanbul giovane, musulmana e alcolica, insomma qualcosa che noi europei non immaginiamo facilmente, perché Allah e il gin insieme, nella nostra mente creano un cortocircuito troppo grande. Eppure sono qui, seduti sotto portici verdissimi, che ridono e scherzano, lontani anni luce dalle crisi di governo e dalle paure di svalutazione costante della loro moneta, forse anche del loro paese. Insomma ridono e sono sereni ed è forse questa la loro più grande preghiera.

Moschea Blu ad Istanbul

Ma una città da più di 20 milioni di abitanti non si ferma certo all’eredità genovese e quindi prosegue a nord come a sud, per arrivare a quartieri come Fatih e Balat, diversissimi ma entrambi con la spontaneità tipica di quelle aree ancora non raggiunte dal turismo di massa.

Fatih è considerato il quartiere più conservatore, tra case di legno e strade strette con bambini che giocano a palla o sfrecciano in motorette scassate. Alcune donne più coperte di altre entrano in minimarket dismessi dove si vende un po di tutto, dal pane alle lamette. C’è aria di borgata e non mi dispiace. Mi affaccio in un cortile dove un gruppo di anziani giocano ad Okey, una sorta di ramino in salsa turca e decido di fermarmi e osservare senza dire nulla prima che con mille convenevoli arrivino il te e le chiacchiere dei presenti a riempire di una gioia autentica quel pomeriggio decisamente caldoQuegli anziani signori sembrano essere arrivati dalla Sicilia o viceversa. Stesse camicie, stessi sorrisi e stessa volontà di farti sentire parte del gruppo, viaggiatore e non straniero.

Perdersi.
Forse è questo il vero senso per visitare una città

Insieme ai membri di una società di gioco nel quartiere di Fatih, Istanbul.

Perdersi. Forse è questo il senso vero del visitare una città nuova, fuori da ogni sovrastruttura e convenzione imposta perché solo così arriva la magia vera. Che come a Faith mi colpì in altri luoghi creando un ponte emotivo tra ciò che sei e ciò che reputi o immagini distante ma che così non è.

Allontanarmi dopo qualche ora da quell’angolo di felicità non è stato semplice ma Balat mi aspettava, poco più in basso. Viuzze intricate e labirintiche ma allo stesso tempo colorate. Un quartiere in divenire in cui un accurato recupero da vita a strade vivissime e piene di sorrisi. Il vecchi quartiere ebraico che rinasce dal degrado e diventa centro nevralgico dei giovani della città con la vista sul Bosforo, con baretti in legno che accarezzano l’acqua.

Un dettaglio del quartiere di Balat

La cosa sorprendente è che noti davvero come il mix culturale qui è stato vincente. Lo vedi dai volti della gente mescolati in centinaia di lineamenti diversi che incorniciano tradizioni che arrivano da lontano, anche dall’Italia, con quell’animo bizantino che nonostante abbia perso l’oro brillante lo incontri nei mosaici della chiesa di San Salvatore in Chora, nascosta quasi a tutelare quelle bellezze che ha all’interno. 

Un assaggio brevissimo questo, di una città vastissima non solo per la sua estensione geografica ma per gli uomini che la vivono. Quello che ho sentito, oltre alla bellezza dei luoghi che ho visitato di cui sicuramente parlerò in altri post, è la sensazione molto viva che anche noi, in qualche modo veniamo da li, da una Turchia che ha partorito centinaia di anni fa quello che siamo, anche noi che viviamo al di la del mediterraneo.

E l’accoglienza, che contraddistingue forse tutti i popoli di mare qui è esplosa generosa facendomi venir voglia di tornare quanto prima, per entrare ancor di più nelle viscere magiche di questo intricato gioco di vie e di vite. Meraviglioso, come è stato poi il resto del viaggio che non mancherò di raccontarvi. 

Traversata sul Bosforo ad Istanbul