Ogni volta che scelgo la meta del mio prossimo viaggio, do sempre un’occhiata, ormai in maniera quasi automatica, su Airbnb. Un sistema che mi ha sempre affascinato perché ti permette di vivere in modo autentico i luoghi che visiti, rimanendo a stretto contatto con le persone che ti ospitano in casa. Un sistema che si basa fondamentalmente sulla fiducia, nonostante negli anni la piattaforma si sia evoluta, con feedback puntuali e addirittura assicurazioni economiche per chi mette a disposizione il proprio divano, la propria camera o l’intera casa.

La mission Airbnb è una: creare un mondo dove sentirsi a casa, ovunque.


La mia primissima esperienza con Airbnb è stata a Budapest. Erano gli albori della piattaforma italiana e sul sito c’erano veramente e solo camere spartane a casa di giovani o famiglie. A prezzi realmente concorrenziali.

Ma se dovessi tornare a Budapest oggi e soggiornare allo stesso modo, la situazione sarebbe molto, molto diversa.
Airbnb è ormai a tutti gli effetti un competitor diretto delle più famose catene di hotellerie e nelle mie ultime ricerche i prezzi medi, a notte, in una qualsiasi capitale europea non sono diversi da hotel di fascia medio/alta. Questo crea una amplificazione della scelta che diventa conveniente, secondo me, nel momento in cui ad esempio si decidesse di prenotare un intero appartamento, ma sul discorso delle camere la situazione cambia notevolmente.

Durante i miei 5 giorni a Madrid mi sono scontrato in prima persona con la perdita, forse, dello spirito di condivisione originale di questo sistema. Arrivato in città, ritiro le chiavi da una piccola cassettina di sicurezza attaccata ad un palo per strada. Entro in casa ed ero da solo. Non ho mai visto, neanche di sfuggita il padrone di casa. Anche perché quella non era neanche casa sua.

Airbnb è diventato business. E viva Dio, ma anche no.

Ho scoperto il famoso effetto Airbnb. I centri storici delle città a maggior rilevanza turistica pullulano di camere in affitto sulla piattaforma, o di intere case messe a reddito in cui ormai non si vive più, ma acquistate e restaurate al solo scopo di metterle in affitto, con addirittura agenzie specializzate che si occupano di tutto, dalla pulizia alla consegna delle chiavi.

Leggevo qualche tempo fa un interessante articolo pubblicato da L’espresso su come si stanno modificando le città con l’avvento di queste nuove dinamiche turistiche. In Italia, ad esempio, Airbnb è fruttata agli host 621 milioni di euro, mica briciole. E le camere che solitamente erano destinate a studenti o per affitti a basso reddito sono scomparse. Come a Milano, città in cui vivo, dove ormai è quasi più conveniente cambiare camera con airbnb ogni 15 giorni che prenderne una con contratti a lungo termine.

Un sistema che manca di regolamentazione, un sistema nato bene ma evolutosi male, o meglio, in maniera scricchiolante.

Sia chiaro, continuo ad usare e sempre userò Airbnb specie per località (magari non europee) dove è difficile trovare altro o dove il rapporto qualità prezzo resta ancora concorrenziale.

Quartieri Spagnoli, a Napoli.

Per fortuna l’evoluzione del turismo low cost porta spesso a riqualificazioni concrete di interi quartieri.

Come nel caso dei quartieri spagnoli a Napoli, o Danisinni e Ballarò a Palermo. Aree urbane notoriamente degradate che negli ultimi anni hanno visto una rinascita proprio grazie agli affitti brevi dove le grandi catene di hotels non arrivano.

Questo significa che, a parer mio, esiste una misura anche in scelte del genere, nell’organizzare il proprio viaggio come turista responsabile e guardando al luogo in cui si arriva e non solo al budget che si spende.

Un consiglio che mi sento di darvi, ad esempio, è preferire botteghe locali, magari artigiane, per i vostri acquisti. O comunque tutto ciò che possa realmente contribuire al tessuto economico della città che visitate. Una buona scusa se volete, nonostante tutto, prenotare quella camera tanto tanto bella anche se ad aspettarvi non ci sarà nessuno.